“Il bambino indaco”: quando l’amore di una madre diventa una condanna [RECENSIONE]









Ok, quando ho scritto l’ultimo post mi ero detta: “Sì, ora tornerò più forte di prima!”. Invece è passato più di un mese senza che io riuscissi a buttare giù mezza riga. Anche ora vi sto scrivendo con la paura che Pablo possa svegliarsi, tipo la ragazza di Blair Witch Project, ma senza naso gocciolante. Allora ne approfitto per tornare a parlare di nuovo di libri.

Nei mesi di “silenzio”, infatti, uno dei romanzi che ho letto è Il bambino indaco, di Marco Franzoso da cui è stato poi tratto il film Hungry Hearts, (“cuori affamati”), di Saverio Costanzo (sì, il figlio di Maurizio), con Adam Driver e Alba Rohrwacher (vi riporto di seguito il trailer). Film che io, per altro, non ho ancora visto. Un libro che si legge tutto d’un fiato e che, pur non trattandosi di una storia vera, lascia un senso di amarezza e tanta voglia di rifletterci sopra, perché il racconto è tuttavia verosimile. Non è raro, purtroppo, leggere troppo spesso di madri che danneggiano (quando non uccidono…) i propri figli, così come fa Isabel, moglie del protagonista, con il loro bambino, anche se involontariamente.



Alla ricerca della purezza assoluta, Isabel è convinta che il suo piccolo sia uno dei “bambini indaco” resi noti della cultura New Age, un modo per far riferimento a quei bambini che sarebbero “dotati di tratti e capacità speciali o soprannaturali”, bambini che, facendola molto breve, dovrebbero segnare l’imminente evoluzione dell’umanità stessa. Bimbi dotati non solo di una particolare empatia e forza di volontà, ma addirittura di telepatia e chiaroveggenza, quando non in grado di comunicare con gli angeli. Una teoria comunque non supportata dalla comunità scientifica.

Detto ciò, il libro, contrariamente a quanto hanno pensato in molti, non parla di questo fenomeno, ma di una madre che, per preservare suo figlio dalle impurità della vita moderna (tra cibi inquinati, medicine, influssi negativi e chi più ne ha ne metta) arriva a smettere di nutrirlo, se non con qualche fetta di cetriolo e qualche pezzettino di avocado, tanto per dire, il tutto raccontato dagli occhi frustrati di un padre che non riesce a porre fine a tutto questo, compromettendo per sempre anche la sua storia d’amore con la moglie.

Non vi dico altro, se non che ha un finale davvero intenso che non mi ha deluso. Ora dovrei vedere il film per completezza, ma sono una di quelle che parte già scettica, nei confronti delle trasposizioni cinematografiche. Insomma, il consiglio è: sì, leggetelo. E fatemi sapere!

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