Attentati di Parigi: raccolta di consigli su come spiegare ai propri figli cosa è successo


Sono passati 8 giorni dagli attentati a Parigi. Ovviamente ho preferito non parlarne, almeno nel mio blog (su altri siti sì, ma per motivi di cronaca, questa invece “è casa mia”). Non ne parlerò neanche ora, dal mio punto di vista personale, perché non penso di poter dire nulla che già non abbia pensato qualunque madre. Ovviamente, comunque, quella notte del 13 novembre non sono riuscita a prendere sonno e continuavo a pensare a mio figlio, soprattutto. A che mondo gli avevo offerto, a come vivrà la sua adolescenza e giovinezza se le cose non cambieranno nei prossimi anni.

Davanti a tanto orrore, mi hanno colpito, però, alcuni articoli interessanti che ho trovato in Rete e che forse avrete letto anche voi, riguardanti il modo con cui certi fatti possono essere spiegati ai nostri figli. Non al mio, che ha 2 anni e mezzo, ma ai bambini in generale. Confesso, però, che anche lui comincia a fare domande davanti al telegiornale: “La signora piange…”, ha detto per esempio qualche giorno fa mentre apparecchiavo la tavola, indicando con il ditino la tv lasciata accesa per sbaglio, in cui erano trasmesse immagini di alcuni profughi.

Anche mio padre mi ha fatto riflettere. Il giorno dopo gli attentati mi ha detto: “Quando ero piccolo tuo nonno, quando vedevo i film western con le sparatorie, mi diceva sempre ‘stai tranquillo eh…guarda che è tutto finto’. Come faremo quando P. capirà che è tutto vero?. Così riporto alcuni consigli apparsi on line, avrei voluto parlarne prima, ma come al solito non sono riuscita a fermarmi mai

Su Internazionale.it, per esempio, troviamo alcuni consigli riportati dal Time:

  • Bambini in età prescolare. Prima dei sei anni si può evitare di esporre i bambini a queste notizie. I bambini che hanno meno di cinque anni possono confondere i fatti con le paure e per questo è meglio aggiungere dettagli solo per rispondere a domande dirette.
  • Bambini tra i sei e i dieci anni. Secondo Harold Koplewicz, presidente del Child mind institute, “a questa età conoscere i fatti può aiutare ad alleviare l’ansia”. Ma è meglio evitare l’eccesso di dettagli, come il numero dei morti, e l’uso di parole che possono spaventare. Secondo la psicoanalista francese Claude Halmos è inutile parlare del gruppo Stato islamico, della religione e delle operazioni militari in Siria. I bambini devono essere rassicurati: se gli adulti sembrano tristi non è perché c’è una minaccia diretta alla famiglia, ma solo per le vittime. È importante far capire ai bambini che sono al sicuro: questi attacchi sono molto rari, “i cattivi” sono stati catturati e i feriti guariranno.
  • Bambini tra i dieci e i quattordici anni. I bambini più grandi potrebbero voler conoscere maggiori dettagli, ma gli esperti consigliano di non dargliene troppi. A questa età è importante chiedergli cosa hanno saputo e come si sentono, devono sapere che si può essere tristi anche se non si sente il bisogno di piangere. I bambini potrebbero mostrarsi indifferenti o voler passare del tempo da soli, ma può essere utile incoraggiarli a esprimere le loro paure ed eventualmente parlare di come comportarsi in caso di emergenza.
  • Adolescenti, tra i 14 e i 18 anni. I ragazzi che frequentano le scuole superiori probabilmente ricevono informazioni sui più importanti eventi di attualità attraverso i social network e per questo è molto importante aiutarli a distinguere i fatti dalle bufale e dalle congetture. Gli adolescenti potrebbero rifiutare questo tipo di conversazione: per questo è consigliabile affrontare l’argomento mentre si fa qualcos’altro insieme a loro, secondo Koplewicz. Non crederanno di essere al sicuro dagli attacchi terroristici con una semplice rassicurazione, bisogna invitarli a considerare le probabilità e decidere insieme cosa fare in caso di emergenza, cosa dovrebbero fare nel caso in cui non fossero in grado di tornare a casa o contattare i genitori. Infine, è importante parlare con gli adolescenti dell’uso della violenza, dei suoi effetti e delle alternative.

Questo, invece, quanto dichiarato in Italia dal Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora attraverso il sito dell’Authority e riportato da d.repubblica.it:

Bene hanno fatto quegli insegnanti (e i genitori e i nonni…) a non nascondere la notizia perché parlare, confrontarsi, ascoltare i ragazzi è indispensabile soprattutto quando accade un episodio traumatico, scioccante. Senza contare che le nostre scuole sono sempre più multietniche, e i fatti di Parigi mettono a dura prova la volontà di integrazione, inutile negarlo. Quindi bisogna lavorare di più in tal senso, e dare l’esempio, che è il miglior discorso possibile. Meglio ragionare insieme ai ragazzi e ai loro famigliari, come hanno fatto ad esempio in una scuola di Milano, che raccoglie 56 etnie diverse e una folta comunità musulmana. Quello che cerco di dire è che l’orrore arrivato nelle nostre case da tutti i tg va affrontato, va “spiegato” senza pregiudizi ai nostri figli e nipoti. Che insieme all’orrore arriva la paura, umana ma pericolosissima. Che la tentazione di irrigidirsi e giudicare c’è, è naturale e va combattuta. Che spiegare la guerra ai bambini è arduo compito, ma va fatto proprio per non bloccarsi in paure inconsce o consce”.

Sempre su d.repubblica.it si leggono le parole di Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia e psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, nata nel 1938, figlia di padre ebreo e scampata alle persecuzioni naziste grazie a una falsa identità:

Dobbiamo avere fiducia nella capacità dei nostri figli di superare anche questo momento, come hanno fatto altre generazioni prima di loro, in momenti anche peggiori

Voi come vi siete comportate con i vostri bambini e ragazzi?

One thought on “Attentati di Parigi: raccolta di consigli su come spiegare ai propri figli cosa è successo

  1. Io ho dovuto affrintare il discorso, poichè abbiamo sentito la notizia alla radio la mattina dopo, lui mi ha visto piangere, ha sentito parlare francese e nominare la Francia e ha iniziato a fare tantissime domande.
    Ho fatto fatica e non so se ci sono riuscita nel modo giusto.

    Mi piace

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