“Resilienza”: parola magica per genitori e figli

Resilienza. Una parola tornata di moda, negli ultimi 2-3 anni. Praticamente da quando è nato P.
Sto leggendo un libro, Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, di cui spero di parlarvi presto, che cita spesso questo concetto. Sì, lo so che mi ero ripromessa di non leggere più “guide genitoriali”, ma il titolo mi ha incuriosito troppo e al momento penso che non sia così male… E’ capitato, quindi, che negli ultimi giorni abbia pensato spesso a questa parola, pronunciandola tra me e me. Resilienza.

“In psicologia, la resilienza è una parola che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

E qui arriviamo a ciò che interessa noi genitori: crescere bambini resilienti significa renderli, in futuro, uomini e donne fiduciosi, la cui forza d’animo non vacillerà davanti alle avversità della vita. Una capacità, questa, utile in un mondo in cui i divorzi sono all’ordine del giorno, la paura generata dai devastanti attentati può minare la sicurezza dei più giovani (ma non solo) nei confronti dell’altro. I lavori cambiano, si perdono e ci si deve spesso reinventare, la salute è messa sempre più a rischio da fattori ambientali e così via. Non c’è bisogno che vi spieghi il resto, già lo sapete no?

Senza scomodare ecologia e guerre, basti pensare al fatto che i bambini e i ragazzi hanno sempre più spesso a che fare con bullismo, competizione in classe e nei campi da gioco, viene quasi quotidianamente chiesto loro, da parte degli adulti, di essere all’altezza della situazione, il che può creare una grande fonte di stress. Problemi, questi, che potrebbero comprometterne le potenzialità, minando la sicurezza di quelli che potrebbero essere adulti sicuri di sé senza arroganza, ben disposti verso gli altri e il futuro.

Il che contribuisce, su larga scala, a creare una società migliore:

“Applicato a un’intera comunità, anziché a un singolo individuo, il concetto di resilienza si sta affermando nell’analisi dei contesti sociali successivi a gravi catastrofi naturali o dovute all’azione dell’uomo quali, ad esempio, attentati terroristici, rivoluzioni o guerre.Vi sono processi economici e sociali che, in conseguenza del trauma costituito da una catastrofe, cessano di svilupparsi restando in una continua instabilità e, alle volte, addirittura collassano, estinguendosi; in altri casi, al contrario, sopravvivono e, anzi, proprio in conseguenza del trauma, trovano la forza e le risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione” 
(Wikipedia)

Considerando quello che sta accadendo in Italia e nel resto del mondo, crescere una generazione di giovani resilienti è, quindi, a dir poco auspicabile. Ma cosa possono fare realmente la famiglia, la scuola e la comunità per aiutare i più giovani? Potrebbe aiutare supportarli nelle relazioni sociali, mostrare loro tutte le opportunità che la collaborazione contribuisce a creare, per sé e per gli altri, e insegnare loro ad assumere un atteggiamento responsabile verso la comunità che li circonda, ma anche positivo e aperto al cambiamento. Non sembra facile, ma cosa lo è?

Anche se appare scontato, è utile ricordare il valore di una famiglia unita, che dedica anche le poche forze rimaste dopo una giornata di duro lavoro (dentro e fuori casa) all’ascolto degli altri, delle loro storie, sostenendosi a vicenda. Cenare insieme, creare delle routine consolidate che facciano sentire i bambini sicuri, sostenerli se dovessero incontrare problemi a scuola, ma anche trovare un dialogo con gli insegnanti, per rendere davvero fruttuosa l’esperienza scolastica.

Incoraggiarli sì, ma senza lodarli eccessivamente, facendo loro capire che i risultati raggiunti non fanno di loro solo dei “bravi bambini”/”i bambini più intelligenti del mondo” (ovviamente per noi lo sono), ma soprattutto dei bimbi/ragazzi che hanno avuto il merito di impegnarsi in ciò che hanno fatto, soffermandoci sul processo più che sul mero risultato. Di questo parla molto il libro che vi ho citato in apertura, ma questo è un altro discorso.

So già che le mamme che mi leggono più frequentemente sono “avanti”, in questo senso, ma in generale credo che rifletterci possa aiutarci, quando pensiamo: “Non ce la posso fare…”. Ricordare che partecipare alle riunioni con gli insegnanti, controllare i compiti a casa, partecipare agli eventi organizzati della scuola e così via, sono tutti piccoli grandi passi che richiedono fatica ai genitori, ma che possono aiutarli a riuscire nel loro reale intento: crescere persone serene, capaci di conservare la propria forza di vivere e lottare anche nei momenti più duri. Persone che riporteranno tutto questa forza e ottimismo nella propria comunità (grande, ma anche “piccola”, come la propria famiglia). Investimenti importanti, insomma. Spero possa essere di consolazione dopo il prossimo incontro genitori-insegnanti, insomma, o alla prossima festa organizzata in chiesa o in palestra 🙂

In questo senso può essere utile anche assegnare ai bambini piccoli compiti adatti alla loro età: occuparsi di animali domestici, partecipare all’organizzazione di viaggi ed eventi o alla gestione della casa, anche se in minima parte, in base alle loro potenzialità e capacità.

Facile a dirsi, ma torniamo al solito discorso: abbiamo tempo, forza e volontà di dedicarci davvero a queste attività familiari? So che, tornando alle mie lettrici più “fedeli”, la risposta è sì, ma io faccio un discorso più generale, da madre (ma non solo) di un piccolo nanetto che si sta trasformando ogni giorno di più in una personcina a tutti gli effetti. A volte sbaglio, lo sento. Lo so. So esattamente quando e dove sbaglio, anche se cerco di limitare i danni. Capita anche a voi?

Quante volte accade di mandare a quel paese tutte le nozioni di puericultura o psicologia, di non ascoltare il proprio cuore di madre che ci dice di fermarci, finendo per sbagliare linguaggio o rimandare attività che ci eravamo ripromesse di fare in famiglia? Magari cenando in fretta e svogliatamente, pensando ad altro mentre ingoiamo quei bocconi senza neanche sentirne il sapore, o lamentandoci già di prima mattina e trasferendo così il nostro  malumore al resto della ciurma. Insomma, non sempre è facile. Riflessione nata dall’esperienza mia e di chi mi sta intorno, magari non riguarda voi.

Non solo: quanto tempo passiamo davanti al cellulare, ai social media o al computer nei momenti in cui i nostri figli sono presenti? E’ vero che siamo donne ed esseri umani, oltre che madri, ma personalmente mi sono fatta un’analisi di coscienza, recentemente. Pur essendo stata particolarmente attenta a tutto questo già mentre P. era piccolissimo, mi sono accorta che Whatsapp e i social mi hanno portato via anche troppo tempo davanti a mio figlio (magari anche solo pochi minuti, ma che si sono ripetuti troppo frequentemente nel corso della giornata). Sono una buona madre, tutte noi lo siamo, se siete qui a leggere vuol dire che siete persone che si interessano anche alle piccole “note a margine”, che riflettono per amore della prole. Ma non siamo infallibili, credo. Vale la pena soffermarsi un attimo sulla questione.

Purtroppo il senso di comunità si è perso, lo sappiamo bene. In una metropoli come Roma, poi…inutile parlarne. Mamme che danno ben poca confidenza al parco giochi, oppure entrano in competizione l’una con le altre, genitori contro insegnanti e viceversa, chat di gruppo poco gradite in cui abbiamo a che fare con madri dei compagni di scuola dei nostri figli spesso più propense a dare giudizi (neanche fossero la Montessori) che a creare un reale spirito di gruppo e collaborazione. Di esempi ce ne sono tanti e io ho scritto già troppo, finendo per annoiarvi, ma possiamo fare noi il primo passo, dove troviamo un’opportunità.

Spero davvero di poterlo fare. Mio figlio sta crescendo e lentamente si sta inserendo in una piccola comunità, quella della scuola, quindi queste riflessioni si affacciano sempre più frequentemente nella mia testa. Un sottile filo di speranza, la voglia di contribuire a creare un uomo migliore e quindi, in piccola parte, un mondo migliore. Ovviamente lungi da me il salire in cattedra, spero solo di offrire uno stimolo a pensarci sopra, come è stato offerto a me da molte letture che mi stanno aiutando a documentarmi su tutto questo. Anzi, invito chi passa di qui a lasciare un eventuale contributo che possa aiutare tutte noi. Cosa ne pensate, avete altro da aggiungere? Vorrei davvero sentire il parere di chi ne sa più di me…

One thought on ““Resilienza”: parola magica per genitori e figli

  1. Ciò che scrivi e' davvero interessante e condivisibile. In effetti, viviamo in un mondo talmente incerto che è difficile non trasmettere precarietà ai nostri figli. Tuttavia, non credo che le generazioni prima di noi siano state tanto meglio, se pensiamo ai nostri nonni e bisnonni che hanno vissuto la guerra, con l'eccezione dei nostri genitori. Quanto allo spirito di comunità, non è affatto morto e non credo che sia così solo perché vivo in un paese e sono cresciuta in una cittadina. Comunque concordo con la necessità di dialogare in famiglia, a scuola (ne ho parlato in un post recente, “la fortuna a scuola”) nelle associazioni sportive e fare gruppo. E sono certa che ci siano comunità unite anche nelle grandi città. Forse, però, è più difficile trovarle.

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