#EduchiAmo: lettera a mio figlio sull’educazione, atto d’amore di ogni genitore

“I bambini interiorizzano ciò che apprendono sui limiti che ponete loro, ma al loro ritmo (…) ogni limite fissato rappresenta un’occasione di crescita. L’essere costretti a mangiare invece che a giocare, offre l’opportunità di risolvere un conflitto. Se il bambino riesce, è un primo passo vero la fiducia nella propria capacità di risolvere le difficoltà. La fermezza della mamma aiuta a far capire al bambino che le cose hanno uno struttura, che gli eventi hanno un inizio , uno svolgimento e una fine. Questo gli servirà per superare i momenti difficili (…) 
Un “no” non è necessariamente un rifiuto o una prevaricazione, ma può dimostrare fiducia nella sua forza e nelle sue capacità”
(I no che aiutano a crescereAsha Philips)
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Così alla fine ci siamo ritrovati anche noi a questo punto della nostra storia: educare il bambino. Il tempo delle coccole e dei giochi non è finito e non finirà mai, ma ora è anche tempo di fare tutte queste cose alternandole con qualche “no” e una buona dose di “basta così”. E’ da un bel po’, a dire il vero, che questo tempo è arrivato.

La fase dei terrible two ci ha investito come un fiume in piena, quello che era un neonato/lattante decisamente vivace è diventato un bimbo con una personalità forte (di cui vado orgogliosa) che spesso si scontra con le prime regole del vivere comune, con il rispetto per gli altri e per gli oggetti, con quei limiti che è difficile comprendere.
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Lo so, bambino mio, spesso è difficile anche per me accettare i limiti. Sei frutto di due persone che hanno sempre ragionato fuori dagli schemi, ma che al tempo stesso hanno sempre portato rispetto all’altro, cercando di non danneggiare mai il prossimo. Se accetti i nostri consigli, però, vedrai che questo ti servirà nella vita, anche quando penserai il contrario, anche quando ti sembrerà che siano sempre i più forti e i più prepotenti a vincere.
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Gestire la rabbia dei bambini: una guida e i consigli dell’esperta

Stiamo attraversando un periodaccio, con P.: ridiamo molto, ci abbracciamo forte, facciamo torte e corriamo in giro per casa, ma ho già parlato dell’ombra che mi insegue. Una piccola ombra, forse, eppure c’è. Ho detto anche che forse non sono pronta per parlare di quanti problemi mi sta dando questo passaggio dai 2 ai 3 anni, tra i suoi attacchi di rabbia, i suoi “no” sempre più accesi, la sua incapacità di riconoscere l’autorità dell’adulto (genitori, nonne, maestre…) ma anche di saper condividere i giochi con i bambini. Prima era lui che veniva spintonato al parco, ora credo sia entrato nella modalità “chi mena per primo, mena due volte” (come si dice a Roma).
Quindi passo il tempo a chiedere scusa e fargli chiedere scusa, a spiegargli che non si fa, passando da un tono di voce più fermo ad uno più ragionevole, a parlare con le maestre su come gestire questa fase…insomma, le sto provando tutte e, a quasi 3 anni di distanza esatti dal giorno del parto, già mi ritrovo a farmi domande sul “dove ho sbagliato”, anche se molte persone, dalle amiche ai maestri, mi ripetono che è una fase normale per la sua età. Solo che mi sento circondata di bambini più calmi e mansueti di lui. Non so come dire…forse è come quando in adolescenza ti sentivi l’unica sfigata fuori forma e fuori moda, invece poi rivedi tutto da lontano e capisci che era una cosa normale.
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Attentati di Parigi: raccolta di consigli su come spiegare ai propri figli cosa è successo


Sono passati 8 giorni dagli attentati a Parigi. Ovviamente ho preferito non parlarne, almeno nel mio blog (su altri siti sì, ma per motivi di cronaca, questa invece “è casa mia”). Non ne parlerò neanche ora, dal mio punto di vista personale, perché non penso di poter dire nulla che già non abbia pensato qualunque madre. Ovviamente, comunque, quella notte del 13 novembre non sono riuscita a prendere sonno e continuavo a pensare a mio figlio, soprattutto. A che mondo gli avevo offerto, a come vivrà la sua adolescenza e giovinezza se le cose non cambieranno nei prossimi anni.

Davanti a tanto orrore, mi hanno colpito, però, alcuni articoli interessanti che ho trovato in Rete e che forse avrete letto anche voi, riguardanti il modo con cui certi fatti possono essere spiegati ai nostri figli. Non al mio, che ha 2 anni e mezzo, ma ai bambini in generale. Confesso, però, che anche lui comincia a fare domande davanti al telegiornale: “La signora piange…”, ha detto per esempio qualche giorno fa mentre apparecchiavo la tavola, indicando con il ditino la tv lasciata accesa per sbaglio, in cui erano trasmesse immagini di alcuni profughi.
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Sei una supermamma? Attenzione ai rischi per te e tuo figlio

Posso gongolare un po’? Bene, la notizia di oggi è quella riportata da Adnkronos, ovvero: sei supermamma? Attenzione: tuo figlio può diventare antisociale. Ora, io non dico di essere completamente disorganizzata e lasciare al caso quello che capita nella mia famiglia, ma sono ancora lontana dall’essere la mamma-manager-multitasking che sogno di diventare da due anni. Perciò sapere che in fondo non faccio troppi danni mi rassicura e credo che molte si troveranno nella mia situazione.

Forse chi ha la pazienza di seguirmi da più tempo ricorderà di quando ho parlato delle Mammostre, ovvero quelle che alle feste sanno fare sculture con i palloncini (davvero, le ho viste e invidiate), che non dimenticano mai nulla a casa, come le mie temute salviette umidificate (“D’oh! Anche stavolta!”), sanno tutto di ciò che accade a scuola eccetera. Ecco, qualche difetto anche loro ce l’hanno a quanto sembra.
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“I no che aiutano a crescere”: quando il “no” diventa un atto d’amore

Devo dirlo: di tutti i libri letti sul tema dell’educazione, puericultura, “genitorialità” e chi più ne ha ne metta, questo è tra i miei preferiti. Comprato con un certo scetticismo, l’ho lasciato lì per non so quanto tempo, pensando non fosse adatto a me: Pablito era troppo piccolo per dirgli no. Non faceva capricci, aveva solo dei bisogni, delle necessità. Questo fino ai due anni.

Avvicinandosi al secondo compleanno, infatti, ho visto trasformarsi davanti ai miei occhi il mio “neonato” in un bambino vivace (ma quello lo è sempre stato sin dalla nascita) che, però, ora mi sfidava, che voleva capire fin dove poteva spingersi, che forse stava reagendo con i primi veri capricci al mio nuovo lavoro, che per la prima volta ci ha “allontanato”. Non so. Sta di fatto che questo libro mi ha fatto riflettere moltissimo. Prima di tutto sul fatto che spesso ci comportiamo con i nostri figli secondo modelli dettati dalla nostra esperienza personale, secondo quello che noi vorremmo al posto del piccolo, influenzati dal modo in cui siamo stati cresciuti, senza capire quali sono, invece, le necessità della piccola persona che abbiamo davanti. Un meccanismo inconscio, di cui facciamo fatica a renderci conto.
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