“I no che aiutano a crescere”: quando il “no” diventa un atto d’amore

Devo dirlo: di tutti i libri letti sul tema dell’educazione, puericultura, “genitorialità” e chi più ne ha ne metta, questo è tra i miei preferiti. Comprato con un certo scetticismo, l’ho lasciato lì per non so quanto tempo, pensando non fosse adatto a me: Pablito era troppo piccolo per dirgli no. Non faceva capricci, aveva solo dei bisogni, delle necessità. Questo fino ai due anni.

Avvicinandosi al secondo compleanno, infatti, ho visto trasformarsi davanti ai miei occhi il mio “neonato” in un bambino vivace (ma quello lo è sempre stato sin dalla nascita) che, però, ora mi sfidava, che voleva capire fin dove poteva spingersi, che forse stava reagendo con i primi veri capricci al mio nuovo lavoro, che per la prima volta ci ha “allontanato”. Non so. Sta di fatto che questo libro mi ha fatto riflettere moltissimo. Prima di tutto sul fatto che spesso ci comportiamo con i nostri figli secondo modelli dettati dalla nostra esperienza personale, secondo quello che noi vorremmo al posto del piccolo, influenzati dal modo in cui siamo stati cresciuti, senza capire quali sono, invece, le necessità della piccola persona che abbiamo davanti. Un meccanismo inconscio, di cui facciamo fatica a renderci conto.
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“FacciAMO la nanna”: chi ha bisogno di Estivill?

Pensavo di cambiare nome a questo blog. Pensavo di chiamarlo: “QuandoLuiDorme.it”, tanto i miei post sono direttamente proporzionali al suo sonno. Non so voi ma a volte i momenti in cui vedo quegli occhietti chiudersi sono tra quegli attimi in cui lo amo di più (a parte che quando dorme è proprio un gran fico e già immagino le donne ai suoi piedi…coredemamma).
A proposito di questo, a parte che, fatti i dovuti scongiuri, Pablito non ha mai avuto grandi problemi di sonno la notte, si svegliava giusto per la poppatina di 10 minuti e poi di nuovo nanna fino alle 8 di mattina, ho sempre avuto paura di “viziarlo” addormentandolo in braccio,cantandogli ninne nanne, dandogli il seno per farlo dormire (ora ha sei mesi). Dell’argomento “vizio” ne ho già ampiamente parlato attraverso un altro libro: “E se poi prende il vizio?”, ma anche questo testo, consigliatomi da una mamma blogger (…), è stato assolutamente utile a farmi chiarezza su alcuni aspetti legati al sonno dei bimbi, anche da un punto di vista medico, a darmi spunti su cui riflettere circa un potenziale approccio col nanetto.
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E se poi prende il vizio? Il libro di Alessandra Bortolotti


Da poco terminato di leggere un libro che mi ha aperto gli occhi su tanti aspetti del rapporto madre-figlio che sospettavo, sì, ma su cui dovevo fare chiarezza. Per tutte le mamme che, come me, avessero bisogno di rispondere alla domanda: “Coccolare il mio neonato significa viziarlo?…”, potete leggere la mia recensione sulle pagine di Baby Bazar Magazine. Ne approfitto per tornare a partecipare, dopo tanto tempo, al venerdì del libro di Home Made Mamma

Un piccolo assaggio…

Non prenderlo in braccio, altrimenti non te lo togli più di dosso”.

Non dormirci a letto insieme, altrimenti te lo ritrovi sempre in mezzo a voi due”.
Se ogni volta che piange corri lì a giocarci viene viziato”.
Ma già lo allatti? Non fai passare almeno tre ore tra una poppata e l’altra?” E come lo tengo fino a tre ore? Questo tra un po’ mi si mangia viva.
Eh, è un furbacchione lui. Piange per farvi sentire in colpa”. A dieci giorni di vita?
Insomma, mi sono ritrovata così, con questo esserino urlante in braccio, dopo tre giorni di “caserma” in ospedale, dove avevo dovuto vederlo poco e male, dove lui urlava senza essere ascoltato dalle infermiere troppo impegnate ad occuparsi di almeno un’altra quarantina di bambini.
Volevo stringerlo, coccolarlo, dargli calore per rimediare a quei giorni in cui non ero riuscita neanche ad allattarlo come si deve. Ora che avevamo preso il via con allattamento e il resto non ce la facevo a farlo piangere per mezz’ora o un’ora, quando ci provavo lui non demordeva, piangeva fino a farsi mancare il respiro, e io accorrevo in suo aiuto e mi sentivo una debole. Una madre incapace.

Poi sono arrivate le opinioni avverse: “Ma che fai, lo fai piangere così? I bambini così piccoli non hanno vizi ma necessità”.
Ma che fai, non lo prendi in braccio? Ma fino a qualche giorno fa questo piccolino se ne stava al caldo della tua panciona, cullato dal battito del tuo cuore, con luci e suoni soffusi. È chiaro che ora ha bisogno di te
Un bambino di quattro o cinque anni che batte i piedi per farsi comprare un giocattolo è viziato, mica questo cucciolotto che vuole solo un abbraccio, scusa”.
Così altri sensi di colpa. Perfetto. Ora ero passata ad essere una madre assente che faceva mancare il calore al suo piccolo. Quindi cosa avrei dovuto fare?
Ok, potrei avere un atteggiamento schizofrenico”, proponevo, ormai esausta, al suo papà, “lo prendo in braccio, lo coccolo e poi lo mollo da solo in cameretta finché non crolla stremato. Lo allatto quando vuole lui ma poi lo stacco e faccio passare tre ore. Comunque mai da un solo seno. Dicono. Lo faccio piangere ma poi lo consolo.Lo nutro, ok, ma il ruttino col cavolo: o impara a farlo da solo o niente! Gli faccio vedere un giocattolo e ci giochiamo insieme ma poi lo butto al secchio, altrimenti ci si lega troppo affettivamente e cresce debole. Mi affaccio per farmi vedere mentre è in culla ma non mi avvicino e non lo tocco. Lo…”.
Così viene fuori un serial killer e ci fa fuori nel sonno appena possibile”, più o meno queste le parole della mia dolce metà.

“Il linguaggio segreto dei neonati”: libro utile per le neomamme

Sulla scia della maternità, che ormai sta assorbendo ogni secondo delle mie giornate, ultimamente sono sempre più attirata dalle “istruzioni per l’uso” dei nanerottoli, anche se poi spesso non riesco ad applicarle così facilmente al mio caso specifico. Ma io insisto e così mi sono imbattuta ne Il linguaggio segreto dei neonati, di Tracy Hogg. 

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