Cose che dovrei imparare da mio figlio

Ultimamente mi sono accorta di non aver aperto abbastanza la mente, cosa strana per me. Guardare le cose da un’unica prospettiva, la mia, non è da me. Anche perché è la prospettiva più stanca e nera. Come quelle volte in cui mi fisso a preoccuparmi di ciò che mi manca piuttosto che farmi forza con ciò che ho. Non sono mai stata la piccola Pollyanna che con le guance rosa vuole (deve!) trovare per forza il lato buono delle cose, però per una volta vorrei provarci. Le cose belle che ho dovrebbero fare da fondamenta per la mia felicità, per la mia vita.
Vorrei tanto prendere esempio da mio figlio.

Lui si sveglia la mattina e lo sapete qual’è la prima cosa che fa?
Ride.
Perché per lui è iniziata una nuova giornata in cui esplorare tutto il mondo.
Ha un anno, sta iniziando a camminare e prova a parlare.
Perciò se la mia giornata è faticosa, anche la sua non scherza.
Lui si esercita tutto il giorno (io, da quanto ho partorito, mi alleno per sbaglio una volta a settimana): si appende a tutto ciò che lo può sostenere, fa tre-quattro passi, poi si esalta di quel successo, ride, urla di gioia e cade.
Io, trent’anni dopo tutto questo, probabilmente fatti quei quattro passi mi butterei a terra insoddisfatta per non averne fatti sei-sette.

Magari troverei sconforto nel fatto che il mio amichetto del secondo piano, a 12 mesi come me, già ha otto denti (al posto dei miei cinque e mezzo) e già mastica alla perfezione la pizza mentre io ancora rischio di strozzarmi con l’acqua.
Invece lui no, non molla e ogni volta che cade neanche versa una lacrima, anzi. Spesso ride guardando me e suo padre e si rialza appoggiandosi al muro.
Si sforza tanto, mi segue attento, mentre io, sua madre, non riesco ormai a tenere l’attenzione focalizzata su nulla. A volte solo sulle mie paure. Oltre che su di lui, si intende.
“Questo è un coccodrillo, amore…”
“Coccc…..cooooo…cooccccc”, cerca di ripetere lui tutto concentrato, tutto accigliato.
“Questa, invece, è una tartaruga…”
“Taaaaa….taaaa…hmmmm….gggggaaaaaa”
Lui non si arrende.
Non sa dire quella parola?
“Pazienza, prima o poi ci riesco”, questo sembra il suo atteggiamento.
Quando dico una cretinata io, invece, ultimamente mi sento subito una scema e mi pento di aver aperto bocca.
Non si chiede cosa sarà di lui tra 10 anni, come faccio io. Lui vive qui e ora.
Ovviamente conosco la differenza tra me e lui (e meno male che c’è!) ma come diceva il buon vecchio Pascoli (più o meno…), dovrei osservare meglio quel folletto di 78 cm e ascoltarlo, studiarmelo, ricordare com’ero anch’io.
Il suo sorriso è contagioso. La sua forza è virale e, in fondo, se la mela non cade tanto lontano dall’albero, questa gioia di vivere e questa grinta da qualcuno l’avrà pure ereditata…

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